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Prima di giocare

Ti devo una confessione

Ho cominciato nel 1995, minorenne di due mesi: i soldi li ho messi io, a giocarla è andato un amico. Italia-Estonia 4-1 a quota 22, 15 mila lire diventate 300 mila. Per trent'anni ho giocato di nascosto. Poi l'IA ha cambiato tutto.

Prima di rispondere, ti devo una confessione

La domanda me la fanno tutti: "se sei così bravo, perché non giochi tu i tuoi pronostici?"

Per risponderti davvero devo partire da lontano. Da una cosa che per trent'anni non ho mai raccontato a nessuno.

La mia prima giocata: 1995

Per capire la storia devi prima capire com'era il mondo nel 1995, perché era un altro pianeta.

Internet non c'era — o meglio, c'era per quattro tecnici, di sicuro non a casa mia. Niente app, niente quote sul telefono, niente statistiche a portata di clic. Se volevi studiare una partita, andavi in edicola, ti compravi i giornali e ti facevi i conti a mano.

E soprattutto, tieni a mente questa cosa perché è assurda: in Italia era illegale scommettere sulla Serie A. Sul nostro campionato, proprio quello, non si poteva puntare — lo Stato si teneva stretto il Totocalcio e non voleva concorrenza.

Su tutto il resto, invece, sì. Potevi scommettere sul tennis, sulla formula uno, su qualunque cosa. E potevi puntare sulle coppe europee e sui campionati stranieri. Tutto tranne la Serie A, serie b e tutto il panorama calcistico italiano. Una regola che oggi fa ridere, ma nel 1995 era così.

Poi a Latina, dove studiavo io, aveva aperto da poco uno dei primi centri scommesse. Una roba nuova, quasi esotica. E lì, finalmente, si poteva giocare.

C'era solo un altro problema: io ero minorenne. Mancavano due mesi ai miei diciott'anni. Così i soldi li ho messi io e a entrare a giocarla è andato un mio amico più grande.

La partita che ho studiato tutta la settimana

Alla prima occasione buona non ho tirato a caso. Ho passato tutta la settimana a studiare una partita: Italia-Estonia, marzo 1995.

E qui viene il bello, perché i dettagli contano. In panchina c'era Arrigo Sacchi. Roberto Baggio — quello che pochi mesi prima aveva sbagliato quel rigore nella finale del Mondiale — era infortunato, non c'era. E quell'Italia lì, un'Italia che di solito segnava col contagocce, si presentava con tre esordienti: Peruzzi in porta, Del Piero e Ravanelli davanti.

Il mio ragionamento fu questo: senza Baggio, il posto da fantasista se lo sarebbe preso Gianfranco Zola e Zola libero di giocare avrebbe fatto il fenomeno. Con lui a inventare e due attaccanti in forma, quella partita l'avrei vista da tanti gol. Non un colpo di fortuna: una lettura, costruita in una settimana.

Finì 4-1. La giocata la davano a quota 22.

Sì, una botta di culo c'è stata — a diciassette anni non ti illudi di aver capito tutto. Ma il ragionamento era giusto, i gol erano arrivati come pensavo. E infatti non mi sono fermato lì: ho giocato altre singole, sempre studiate e le ho prese tutte

Ero uno studente. Avevo messo 16 mila lire e mi sono ritrovato con quasi 300 mila lire. Per un ragazzo nel 1995, una fortuna.

La lezione vera di quel giorno

Ma la lezione che mi è rimasta non erano i soldi. Erano due cose.

La prima: quello stesso giorno il mio amico — quello che aveva fatto la mia giocata — aveva puntato di suo. Aveva fatto tre multiple, speso 20 mila lire e non aveva beccato niente. Io con una singola studiata avevo svoltato, lui con le multiple aveva buttato via tutto. A 17 anni, senza saperlo, avevo già visto in diretta la differenza tra ragionare e sperare. È la stessa cosa che ti ho scritto nella lezione sulle multiple, solo che io l'ho imparata quel pomeriggio del 1995.

La seconda ed è quella che mi ha segnato di più. Nel 1995 quello che facevo aveva un nome solo, per tutti: gioco d'azzardo. E il gioco d'azzardo, per la società di allora, era una brutta parola. Non lo potevi dire a nessuno.

Erano i primi anni dei gratta e vinci. In giro si vedeva gente che si giocava lo stipendio e nella testa della gente giocare voleva dire una cosa sola: prendere i soldi che ti servivano per vivere e perderli sperando nella botta. Punto. Che tu studiassi o no, non faceva differenza per nessuno: se giocavi, eri uno con un problema.

E l'esempio ce l'avevo pure in casa: un parente che andava al casinò e lasciava lì un sacco di soldi. Quello era il gioco d'azzardo che tutti avevano in mente. E io, agli occhi degli altri, ero la stessa roba.

Come glielo spiegavi che era l'opposto? Che studiare una partita per una settimana e mettere il minimo su una cosa ragionata non c'entra niente con sedersi alla roulette? Non glielo spiegavi. Da fuori sembrava identico e non potevo dargli torto. Così stavo zitto e giocavo di nascosto.

Il bancomat che nascondevo

Perché io una propensione ce l'ho sempre avuta. Per me il calcioscommesse, per anni, è stato una specie di bancomat — ma non lo dicevo a nessuno.

Non ho mai giocato cifre folli, sia chiaro. Giocavo il minimo, 3 mila lire a partita. Non per prudenza da santo: perché non avevo soldi. Ero uno studente prima e uno che campava alla giornata poi.

E non l'ho mai detto in pubblico. Anzi, il contrario: giocavo anche a poker e uno che giocava a poker e a scommesse veniva guardato come quello che "si deve trovare un lavoro". Così, per non sentirmelo dire, quando si parlava di scommesse o di poker io dicevo che ero contrario.

La verità era un'altra: quando avevo bisogno di soldi, giocavo. E funzionava. Quando sono stato licenziato, in un mese, tra poker e scommesse, ho tirato su 2.700 euro.

Questo è il passato. E il passato non lo puoi verificare.

Ora, sii sveglio: tutto quello che ti ho appena raccontato è il passato. Una storia. Potrei essermela inventata, potrei dire quello che voglio — non c'è un tabellino del 1995 che puoi controllare.

E proprio per questo non ti chiedo di credermi sulla parola. le mie previsioni non si giudicano dalle storie che racconto: si giudica da quello che è pubblico oggi. 340.000 pronostici l'anno, i colori dichiarati prima, gli esiti online — quelli sì che li puoi controllare uno per uno. La storia te la racconto perché tu capisca da dove vengo, non perché ti fidi.

Cos'è cambiato: l'intelligenza artificiale

Per trent'anni sono stato uno che giocava di nascosto e ci prendeva, a intuito, su poche partite. Poi è arrivata l'intelligenza artificiale e la mia vita è cambiata sul serio. Ma non nel modo che pensi.

Perché la cosa che devi sapere di me è questa: io sono un esperto di intelligenza artificiale e un divulgatore informatico. Il mio mestiere è capire la tecnologia e poi spiegarla alla gente in modo che si capisca. Il calcio lo capisco, quello sì, ma non sono un ex calciatore né un giornalista sportivo.

Tutto quello che vedi qui l'ho costruito con l'IA. I pronostici, i colori, i 130 campionati, le centinaia di dati messi in fila per ogni singola partita: è roba che a mano non farebbe nessuno e che io ho potuto tirare su solo perché l'intelligenza artificiale la so usare davvero.

E siccome di mestiere divulgo, adesso faccio la stessa cosa col calcio: non ti do solo il pronostico, ti spiego come ci sono arrivato, così impari a ragionare anche tu. È il motivo per cui tutto questo si chiama "a scuola con Squalo" e non "le dritte di Squalo". Un divulgatore non ti vende il pesce: ti insegna a pescare.

Ho preso una cosa che sapevo fare a intuito — leggere una partita — e l'ho moltiplicata per mille con lo strumento giusto. Quello che nascondevo in una stanzetta è diventato un mestiere alla luce del sole.

Ed è per questo che ho un obiettivo dichiarato: voglio essere riconosciuto per quello che ho costruito. Non un tipster con le foto delle macchine — uno che ha unito l'IA e il calcio e ne ha fatto una cosa che prima non esisteva.

Da qui in poi ci sono due cose che ti devo dire e sono importanti abbastanza da meritarsi ognuna la sua pagina: perché non gioco i miei pronostici e come guadagno — che non è come pensi.

Usa il cervello.

La lezione

Il passato non lo puoi verificare: non ti chiedo di credermi sulla parola, ma di controllare quello che è pubblico oggi.

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