Perché due che giocano le stesse partite uno vince e uno perde
Stesse partite, stessi pronostici, risultato opposto a fine anno. Non è fortuna: sono cinque cose e nessuna delle cinque riguarda il pronostico.
Due tizi guardano la stessa giornata di campionato. Le stesse partite, gli stessi numeri, gli stessi pronostici. Uno di fianco all'altro direbbero le stesse cose sulle stesse gare.
A fine mese uno è sopra e l'altro è sotto. A fine anno uno ha ancora la cassa in piedi e l'altro l'ha ricaricata tre volte.
Non è fortuna. Non è che uno "ci prende" e l'altro no: le partite le hanno lette uguali. Sono cinque cose e nessuna delle cinque riguarda il pronostico. Te le smonto una per una, coi conti, perché è qui che si decide tutto.
1. A che quota sono entrati
Questa da sola vale più di tutte le altre messe insieme.
Stessa partita, stesso esito, stessa lettura. Tutti e due dicono: qui l'Over 2.5 esce una volta su due. Cioè 50%. Quindi la quota giusta è 100 diviso 50, cioè 2,00: sotto quel numero ci rimetti, sopra ci guadagni.
Il primo guarda il tabellone: paga 1,90. Meno di 2,00, quindi lascia stare. Aspetta. Al 40° la partita è ancora 0-0, la quota sale a 2,20. Adesso lo pagano più di quanto vale ed entra.
Il secondo è entrato prima ancora del fischio d'inizio, a 1,90, perché "tanto la partita è quella".
Adesso fai il conto su 100 giocate da 10 euro, con la stessa probabilità vera del 50%:
- Chi entra a 2,20: vince 50 volte e incassa 50 × 12 = 600 di guadagno, perde 50 volte e lascia 500. Chiude a +100.
- Chi entra a 1,90: vince 50 volte e incassa 50 × 9 = 450, perde 50 volte e lascia 500. Chiude a -50.
Stesse identiche partite, stesse identiche letture: 150 euro di differenza su cento giocate. Non per bravura, per il momento in cui hanno cliccato.
E attenzione a una cosa, perché è il punto che quasi nessuno afferra: la quota da sola non vuol dire niente. Una 2,20 non è "alta", una 1,90 non è "bassa". Sono numeri che valgono solo confrontati con la probabilità che dai tu a quella partita. Se secondo te l'Over esce 8 volte su 10, la quota giusta è 1,25 e allora anche 1,40 è un affare. Se secondo te esce 3 volte su 10, la quota giusta è 3,33 e pure 3,00 è una fregatura. Il valore è sempre la distanza fra due numeri: quello che dici tu e quello che dice il mercato.
2. Quante ne hanno giocate
Domenica in tabellone ci sono dieci partite. Tutti e due le guardano tutte e dieci. Tutti e due trovano che in tre di quelle il mercato paga più del giusto.
Il primo ne gioca tre. Il secondo ne gioca dieci.
Perché? Perché le altre sette erano lì. Perché era domenica pomeriggio. Perché tre giocate gli sembravano poche per una giornata intera.
Guarda cosa succede a fine giornata, con stake da 10 euro:
- Le tre con valore rendono, in media, un 10% ciascuna: 30 euro giocati che ne fruttano circa 3.
- Le sette senza valore hanno il margine del bookmaker contro, diciamo un 5%: 70 euro giocati che ne bruciano circa 3,50.
Il primo chiude la giornata a +3. Il secondo chiude a -0,50. Ha lavorato più del doppio, ha guardato il triplo delle partite, ha rischiato sette volte tanto e sta sotto.
Moltiplica per quaranta domeniche di campionato e hai la differenza fra un anno in attivo e un anno in cui "ma io ci prendo, non capisco come mai sono sempre a zero". Ci prende davvero. Solo che affoga le tre giocate buone dentro sette giocate che non doveva fare.
Le partite che non giochi sono la metà del lavoro. Nessuno se ne vanta, nessuno le racconta agli amici, ma sono lì che si vince.
3. Quanto ci hanno messo sopra
Tutti e due partono da una cassa di 1000 euro e dicono di giocare l'1%, cioè 10 euro a botta.
Il primo mette 10 euro su tutte. Su quella che gli piace da morire e su quella che gli fa tremare i polsi: dieci euro, sempre.
Il secondo mette 10 euro sulle normali, ma quando arriva la favorita a 1,20 — "questa non può perdere" — ne mette 30.
Una quota 1,20 dice che quella cosa succede circa 83 volte su 100. Che vuol dire che salta 17 volte su 100: una su sei. Non è "mai", è "una su sei".
Quando entra, il secondo guadagna 6 euro. Quando salta, ne perde 30. Gli servono cinque vincite di fila solo per rimettere in pari una sconfitta. E siccome salta una volta su sei, la sconfitta arriva prima delle cinque vincite più spesso di quanto lui creda.
Questa è la parte cattiva delle quote basse: pagano pochissimo quando vanno bene e ti prendono tutto quando vanno male. Caricarle proprio lì vuol dire scegliersi il punto peggiore del tabellone per rischiare di più.
E c'è il secondo effetto, quello che non si vede nei conti. Con 10 euro persi non succede niente: chiudi e passi oltre. Con 30 euro persi ti gira e quando ti gira giochi peggio. Lo stake basso non protegge solo i soldi, protegge le decisioni che prendi nella mezz'ora dopo.
4. Cosa hanno fatto dopo la persa
Arriva la domenica storta. Tutti e due perdono tre giocate di fila: sono a -30.
Il primo chiude il telefono e va a fare altro. Sa che -30 su una cassa da 1000 è il 3%, che se lo riprende senza accorgersi nelle settimane dopo, giocando normale.
Il secondo non regge. Venti minuti dopo trova una partita — una qualsiasi, non una scelta: una qualsiasi — e ci mette 50 euro per rientrare subito. Se va male raddoppia ancora, perché ormai il buco è più grosso.
I numeri della rincorsa sono spietati: 10, 20, 40, 80, 160. Cinque perdite di fila, che capitano eccome e ti ritrovi a mettere 160 euro per recuperarne 10. Quel -3% da riassorbire con calma diventa -13% in una manciata di giocate.
Ed è tutta roba fatta nei dieci minuti caldi, quelli subito dopo la storta, quando la testa vuole rimettere le cose a posto adesso e non fra un mese. In quei dieci minuti nessuno sta valutando partite: si sta solo reagendo a un fastidio.
La regola è brutta ma è quella: dopo una perdita che ti ha smosso, non si gioca. La cassa non scappa, le partite ci sono anche domani.
Vale anche al contrario ed è la trappola che nessuno si aspetta. Dopo cinque vincite di fila il secondo alza lo stake perché "ci sto prendendo". Ma una fila di vincite è la faccia buona della sfortuna, non una prova che sei diventato bravo. Così si trova con gli stake gonfiati proprio quando la striscia gira e restituisce in un colpo quello che aveva messo insieme in un mese.
5. Chi tiene i conti
Il primo scrive tutto. Per ogni giocata: data e partita, la sua quota giusta, la quota a cui è entrato, quanto ci ha messo, com'è finita.
Sembra burocrazia. Dopo un mese è la cosa più preziosa che ha in mano, perché gli dice cose che a memoria non vedrebbe mai:
- che sugli Over guadagna e sui segni no, quindi i segni può smettere di giocarli;
- che le giocate fatte dopo le undici di sera, quando è cotto, sono quasi tutte in rosso;
- che quando entra nel primo tempo va bene e quando entra al 75° per noia va male;
- che le sue tre giocate buone della domenica reggono, mentre quelle aggiunte "tanto per" no.
Il secondo non scrive niente. Se gli chiedi come va, ti dice "più o meno in pari". Lo dice in buona fede: le vincite se le ricorda da sole, le perdite sbiadiscono. La memoria è un contabile che tifa per te e ti aggiusta i numeri, sempre verso l'alto.
Senza quel quaderno, tutto il resto non esiste. L'1% è l'1% di quanto? Sei in attivo o in passivo? Quale mercato ti rende davvero? A naso non lo sai e a naso va sempre meglio del vero.
Le partite erano le stesse
Riavvolgi il nastro. Stesso campionato, stesse dieci partite, stessi pronostici, stessa lettura delle gare. Uno chiude l'anno sopra, l'altro sotto.
La differenza è tutta in cinque cose: a che quota entri, quante ne giochi, quanto ci metti sopra, cosa fai dopo una persa, se tieni i conti. Nessuna delle cinque ti chiede di indovinare meglio le partite. Tutte e cinque ti chiedono di usare la testa dopo che la partita l'hai già capita.
Ecco perché non ti mando mai un messaggio che dice "gioca questo". Le partite e i numeri te li do uguali a tutti e due: lo studio ce lo metto io, il cervello ce lo metti tu. Quello che ci fai sopra è la differenza fra i due tizi di questo articolo e quei due tizi sono la stessa persona in due giornate diverse. Sei tu, quando ragioni e quando no.
Le partite sono uguali per tutti. Il risultato lo fanno cinque cose: a che quota entri, quante ne giochi, quanto ci metti sopra, cosa fai dopo una persa, se tieni i conti. Nessuna ti chiede di indovinare meglio: tutte ti chiedono di usare la testa dopo che la partita l'hai capita.
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